I cambiamenti che affiorano sulle superfici delle istituzioni politiche americane, di cui Barack Obama è un indice emblematico, così come le piaghe esibite dalla crisi del sistema finanziario, entrambi eventi che pongono all’attenzione l’urgenza e la profondità di un passaggio storico critico, non sono altro che le prime lampanti emergenze di una mutazione antropologica e culturale di vaste dimensioni, che scombussola gli assi portanti su cui la modernità occidentale si è incardinata. Una trasformazione incubata nei sotterranei dell’immaginario collettivo americano e occidentale, l’underground che oggi progressivamente si impone sul ground come il protagonista della vita collettiva.
Qual è l’origine simbolica e comunicativa del neopresidente americano? Una lunga parabola ha accompagnato il dispiegamento della storia politica statunitense dell’ultimo secolo, operando verso un detrimento progressivo dei contenuti astratti, programmatici e ideologici della sostanza politica appannaggio di dati emozionali, affettivi e immaginari prossimi alle trame del vissuto collettivo. Da Roosevelt a Kennedy passando per Reagan e Clinton sino a Schwarzenegger e Obama: nonostante tutte le differenze e le sfumature che caratterizzano tali figure, possiamo scorgere nella loro processione le sostanze di uno slittamento verso un paradigma politico-culturale dove lo spettacolo, il coinvolgimento passionale e sensibile, insieme con l’adesione simbolica, prevalgono su tutto il resto. Si realizza così un passaggio cruciale dalla politica-spettacolo, ovvero da una forma di scenografia mediatica che funge da leva ad un discorso che resta fondato su un asse programmatico e ideologico, alla politicizzazione dello spettacolo, allorché lo show è in sé e per sé il cuore vivo del sistema, la sua anima profonda.
L’EMOZIONE PUBBLICA
Le gesta di passione collettiva e connettiva che hanno gettato con forza, quasi come uno schiaffo gioioso, Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America, con il loro carico di leggende, miti struggenti e coinvolgimenti viscerali, suggeriscono l’ascesa dal basso di una soggettività multisfaccetata, composta tra l’altro dal caleidoscopio di emarginati, di outsider e di poeti maledetti del nostro tempo (che altro sono gli hacker, i blogger e i nuovi creativi se non l’attualizzazione anodina di questa figura storica?). Si tratta di una figura dalle tante facce che pressa dal basso per soppiantare la classe dirigente sinora al potere, con tutti gli orpelli narrativi e culturali che porta con sé.
“We can change, we can change, we can change” è il ritornello che tambureggia come una formula magica dal sapore estatico nell’ambito del videoclip di Will.i.am Yes we can, tormentone mediatico che a partire da YouTube ha attraversato gli schermi e i display di tutta l’America (e non solo) ponendosi come una linfa simbolica in grado di fondere ad Obama larga parte delle sensibilità a cui egli ha ammiccato prima e durante la campagna elettorale. La promessa di un cambiamento radicale è la leva strategica del suo successo, orientata su un’organizzazione sistematica e crossmediale – con la rete al centro e la stampa, la televisione, il faccia a faccia e gli altri media a completare l’operazione – di mezzi e simboli atti a testimoniare e a suggellare un poliedrico cambiamento di stile. Esso si incarna contemporaneamente nel corpo del leader, giovane, agile e tendenzialmente informale, nel colore della sua pelle, nella maniera in cui il messaggio politico è articolato dal basso, in modo orizzontale e connettivo, apparentemente senza un vertice e una scrittura predeterminati, così come nel modo di rivolgersi non più a una mera “opinione pubblica”, di tipo razionale e astratto, ma alla “emozione pubblica”, ovvero a una soggettività che pensa con i sensi e non semplicemente con la testa.
YES WE CAN E LA TECNOMAGIA
Su questa scia, il videoclip Yes we can è l’apoteosi della riproduzione digitale di Obama. Esso è stato prodotto, non a caso, non da un’agenzia di comunicazione politica ma da Will.i.am, musicista dei Black Eyed Peas, e da Jesse Dylan, figlio di Bob. Nel video compaiono, in un montaggio serrato che non ha niente da invidiare alle creazioni delle grandi major americane, star come Scarlett Johansson, John Legend, Herbie Hancock, Common e Nick Cannon. I cantanti, tramite un caleidoscopio in cui sono remixati in modo fabuloso suoni, parole e immagini, recitano i toccanti passaggi del discorso con cui Obama ha aperto le primarie nel New Hampshire. Il corpo del candidato è gradualmente associato a quello delle star, la sua voce superposta alla loro e tradotta in musiche, sino al momento in cui si giunge a una sorta di confusione tra star e politico in cui è la prima ad esibire il vero volto del secondo, che abdica al fascino della fantasmagoria spettacolare. In questa epifania il corpo di Obama celebra ed è sacrificato ai culti mondani e pagani delle tribù elettroniche. I suoi discorsi sono macinati dal linguaggio tecnomagico e polverizzati in pillole di estetica emozionale che sollevano il pathos e stabiliscono un rapporto mistico in cui gli utenti, Obama e le star si ritrovano fusi in una grande comunione. L’identificazione simbolica è raggiunta per mezzo della condivisione di sostanze estetiche pregne di elementi affettivi e immaginari. Il contenuto politico tout court è così relativizzato e ridotto a rumore di fondo di tale trance.
Le frasi pronunciate dal video contemplato da milioni di persone palpano il cuore dello spettatore, vengono ritmate secondo una scansione che genera prima una partecipazione affettiva e poi un progressivo incantesimo. Il testo fa leva su un uso della rete che privilegia l’aspetto tecnomagico e non-razionale del mezzo. L’utente ha un ruolo limitato nell’interpretazione del messaggio, può solo lasciarsene incantare o rifiutarlo. Obama, le star e il pubblico, compenetrati come sono dal testo tramite la congiunzione di volti, parole e ritmi, divengono all’interno di questa poesia un corpo unico che vibra all’unisono. Con un ritmo sempre più sincopato, si giunge alla ripetizione forsennata di sole tre parole che, come una formula magica, suscitano l’estasi dello spettatore: “Yes we can”, che anticipa il finale sublime in cui “hope” si dissolve in “vote”. Ma qui il volto di Obama non compare più, coperto com’è dagli strati di carne e di bit di cui egli è un’espressione e non l’origine, un interprete e non il regista.
DALL’IMMAGINARIO AL GOVERNO
Siamo giunti a uno snodo critico delicato e denso di conseguenze: Obama ha incentrato il suo percorso elettorale sull’identificazione del suo corpo politico in primo luogo con quello delle reti, a tal punto da porsi come il primo presidente espressione della cultura digitale, così come di una molteplicità di figure sociali che hanno trovato una manifestazione privilegiata nella rete senza tuttavia esserne native. Siamo quindi al cospetto di un fenomeno complesso, dove il successo dei blog, dei forum, di YouTube e dei video clip entra in sinergia con una cospicua rivincita, tra gli altri, dei sobborghi metropolitani e della working class.
Obama ha indossato il web 2.0 a tal punto da scaturirne in modo spontaneo, naturale, realizzando con esso una sublime dissolvenza incrociata in grado persino di nascondere i tratti più intrinsecamente politici del senatore afroamericano, la sua appartenenza alle élite contro le quali tuttavia la sua candidatura punta l’indice. Marshall McLuhan scriveva negli anni Sessanta che “se il medium è il messaggio, l’utente è il suo contenuto”. La formula luccica in modo lapalissiano di fronte alla configurazione del web 2.0: sono gli utenti i protagonisti del medium, il loro cuore pulsante, la sorgente simbolica, affettiva e cognitiva – nell’ordine di pertinenza del paesaggio digitale – di ogni sua manifestazione.
Obama sgorga da un torrente culturale – da un’onda elettronica e antropologica – di cui non è né il creatore, né il regista, ma un attore: un divo proiettato dalle fantasmagorie del cyberspazio sulla poltrona più nobile di Washington. Dopo l’elezione, dislocato come sarà dai forum della rete agli uffici delle istituzioni, cosa ne resterà di questa origine simbolica? Potrà Obama conciliare lo spirito delle rete con quello dei partiti, delle burocrazie e degli attori economici che ancora reggono e governano il sistema di potere americano? Se è vero che ogni epoca storica configura il proprio sistema politico e di sapere attorno alle proprie basi immateriali – all’immaginario, ai sentimenti e alle relazioni che ordinano la vita quotidiana – e a misura del medium che parla il sentire collettivo, fino a che punto il paradigma politico affinatosi sulle logiche del modello televisivo può soddisfare l’anima e le forme della cultura postmoderna?
Sinora Obama ha scelto di lasciarsi trasportare dall’onda elettronica, lasciando sottotraccia in modo sottile i propri tratti più spiccatamente politici. Da questo momento in poi le regole del gioco e gli attori cambiano. Dalla rete già si levano, d’altra parte, mormorii amari rispetto alla selezione di un’équipe di governo che Le Monde non ha esitato a definire in prima pagina “centrista”.
Una delle lezioni consegnate dall’ultimo decennio di storia politica è che l’immaginario collettivo può essere sedotto e persino vampirizzato durante le campagne elettorali, mentre le frasi ad effetto e le promesse di felicità disseminate prima del voto si traducono in violenti boomerang nelle fasi di passaggio ai fatti, quando la politica, deludendo le aspettative suscitate, si mostri, dura e cruda, spoglia di tutti i sogni liberati nell’aria, per quello che è. Nell’ambito di questa dialettica il ruolo di Obama rischia di essere limitato, ostacolato com’è, al di là di quale possa essere la sua vera anima, dalla pesantezza del sistema che lo sovrasta alle spalle. Il rischio del tradimento è dietro l’angolo. How can we change?
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